Pentedattilo: il borgo abbandonato sulla rupe a forma di mano

Pentedattilo sta dentro il palmo di una mano di pietra. Alle spalle del borgo il Monte Calvario si apre in cinque pinnacoli di arenaria, e le case si sono infilate là sotto, aggrappate alla roccia sopra la fiumara Sant’Elia. È una frazione di Melito di Porto Salvo, sul bordo dell’area grecanica, a poco più di mezz’ora d’auto da Reggio Calabria.

Per una trentina d’anni è stato un paese vuoto: dichiarato inagibile nel 1968, abbandonato del tutto nel 1971, quando gli ultimi abitanti scesero a valle. Poi sono arrivati i volontari, le case restaurate, le botteghe artigiane e un festival di cortometraggi. Oggi ci si sale a piedi per un’ora o due, tra vicoli selciati, due chiese antiche e un panorama che nelle giornate limpide arriva alla Sicilia.

La rupe delle cinque dita e il nome greco

Il nome viene dal greco pénte dáktylos, cinque dita. Alle spalle del borgo il Monte Calvario, una rupe di arenaria che arriva a circa 250 metri sul livello del mare, si spacca in cinque pinnacoli allineati come una mano aperta contro il cielo. L’arenaria è una roccia tenera: nei secoli i pinnacoli hanno perso pezzi, e il profilo che vedi oggi non è più esattamente quello che disegnavano i viaggiatori dell’Ottocento.

Il borgo si è costruito dentro il palmo, con le case addossate alla parete e i tetti che seguono la pendenza. Sotto scorre la fiumara Sant’Elia, un letto largo di ghiaia che d’estate resta quasi asciutto e scende verso lo Ionio. Amministrativamente Pentedattilo è una frazione di Melito di Porto Salvo, ma geograficamente sta già in mezzo: il mare a quattro chilometri, i primi contrafforti dell’Aspromonte alle spalle, l’area grecanica che comincia poco più a est.

Dalla colonia calcidese al feudo degli Alberti

Pentedattilo nasce come colonia calcidese intorno al 640 a.C., in una posizione scelta per controllare la valle del Sant’Elia e il tratto di costa sottostante. Con la fine del dominio bizantino le incursioni dal mare fecero il resto del lavoro: chi stava in basso salì, e il paese si strinse attorno alla rupe, che funzionava da fortezza naturale.

Nel XII secolo i Normanni trasformarono il territorio in baronia, affidata agli Abenavoli del Franco. Poi passò ai Francoperta e nel 1589 fu comprato dagli Alberti per 15.180 ducati, una cifra che dice quanto valesse il feudo. Gli Alberti lo tennero fino al 1760, quando passò ai Clemente, e dal 1823 ai Ramirez. Del castello baronale, ricavato in parte scavando la roccia stessa, restano oggi murature e ambienti inglobati nel tessuto del borgo, sul lato che guarda la fiumara.

La strage del 1686 e la leggenda della mano insanguinata

I fatti accertati sono questi. Nella notte del 16 aprile 1686 il barone Bernardino Abenavoli, erede della famiglia che il feudo l’aveva perso, entrò con un gruppo di armati nel castello degli Alberti. Il marchese Lorenzo Alberti fu ucciso a colpi d’arma da fuoco e di pugnale, e con lui morirono altri membri della famiglia. All’origine dello scontro c’era il matrimonio combinato fra Antonietta Alberti, sorella del marchese, e Petrillo Cortés: Abenavoli la voleva sposare lui. Antonietta sopravvisse, fu costretta a sposare l’assalitore e finì poi rinchiusa in convento. Sette esecutori materiali furono processati e giustiziati.

Dalla cronaca giudiziaria è nata la leggenda, che è un’altra cosa. Si racconta che al tramonto la rupe si tinga di rosso perché è il sangue degli Alberti a colorarla, e che nelle notti di vento fra i pinnacoli si sentano ancora le grida di quella notte. Il rosso, in realtà, è l’arenaria che restituisce la luce radente; ma la storia è così ben incastrata nel paesaggio che al borgo è rimasta addosso.

L’abbandono e il ritorno alla vita

Il terremoto del 1783 aprì la lunga discesa. Molte famiglie si spostarono verso il mare, e nel 1811 Pentedattilo perse l’autonomia comunale diventando frazione di Melito di Porto Salvo. Il sisma del 1908 aggiunse altri danni, ma il colpo definitivo arrivò nel 1968, quando dalla rupe si staccarono blocchi di arenaria e il vecchio abitato fu dichiarato inagibile. Nel 1971 gli ultimi abitanti scesero di circa un chilometro, dove sorge il Pentedattilo nuovo.

Il ritorno è cominciato negli anni Ottanta con i campi di volontariato internazionale: gruppi di giovani europei che d’estate salivano a sgomberare macerie e rimettere in piedi i muri. Nel 1996 è nata l’associazione Pro Pentedattilo, che ha guidato il restauro delle case, la ripavimentazione della via principale e la riapertura di piccole botteghe. Dal 2006 il borgo ospita il Pentedattilo Film Festival, rassegna internazionale di cortometraggi con proiezioni all’aperto fra i vicoli, masterclass e concerti.

Cosa si vede salendo tra i vicoli

Si lascia l’auto sotto il borgo e si prosegue a piedi su un selciato in pietra che sale a gradoni. La chiesa dei Santi Pietro e Paolo, il cui impianto risale al 1310, conserva un fonte battesimale del Seicento e una lapide sepolcrale del 1627. Poco più in là la chiesa di Santa Maria della Candelora custodisce una Madonna col Bambino in marmo del 1564. In una nicchia fra le case basse c’è un affresco settecentesco di San Cristoforo, e nella canonica del 1890 una stanza è dedicata a Gaetano Catanoso, parroco qui dal 1904 al 1921 e proclamato santo nel 2005.

Intorno alle chiese le case restaurate ospitano botteghe che lavorano davvero: terracotta dipinta a mano, tornitura del legno, tessitura al telaio, macramè, saponi e essenza di bergamotto. C’è anche un’enoteca con cucina del posto. Le case ancora diroccate restano com’erano, ed è il contrasto fra le due cose a dare al borgo la sua faccia.

Il panorama, Edward Lear e il Sentiero dell’Inglese

Dai punti alti del borgo lo sguardo scende sulla fiumara e sui terrazzamenti, poi si allarga alla costa ionica e, nelle giornate limpide, alla Sicilia. È lo stesso taglio di paesaggio che colpì Edward Lear, il pittore e scrittore inglese che nell’estate del 1847 attraversò a piedi la Calabria meridionale insieme all’amico John Proby. Un suo disegno di Pentedattilo porta l’iscrizione datata 1 settembre 1847, e le tavole di quel viaggio finirono nei Journals of a Landscape Painter in Southern Calabria, pubblicati a Londra nel 1852.

Da quel diario è nato il Sentiero dell’Inglese, un cammino di circa 110 chilometri in sette tappe che parte proprio da Pentedattilo e arriva a Staiti, passando per Bagaladi, Amendolea, Gallicianò, Bova, Roghudi Vecchio e Palizzi. Chi non ha giorni da dedicargli può accontentarsi dell’anello breve che gira attorno alla rupe e raggiunge la contrada Sant’Antonio, con la vista sulle cinque dita da dietro.

Come arrivare a Pentedattilo e quanto tempo serve

In auto: l’autostrada A2 del Mediterraneo termina a Reggio Calabria, da lì si prende la SS106 ionica verso sud e si esce ad Annà, poco prima di Melito di Porto Salvo, seguendo poi per circa quattro chilometri la strada che risale verso l’interno. Da Reggio Calabria sono una trentina di chilometri, poco più di quaranta minuti. In treno le stazioni utili sono Melito di Porto Salvo e Annà, sulla linea ionica, e da lì serve un taxi. L’aeroporto di Reggio Calabria dista una ventina di chilometri, quello di Lamezia Terme circa 156, un’ora e quaranta di autostrada.

Si parcheggia sotto il borgo e si sale a piedi. Per il giro dei vicoli e delle due chiese calcola un’ora e mezza o due; se aggiungi l’anello attorno alla rupe si arriva a mezza giornata. Servono scarpe chiuse con suola scolpita, perché il selciato è irregolare e i gradini in pietra sono lisci. In estate il tardo pomeriggio è l’ora giusta: la roccia prende luce e il caldo molla.

Cosa vedere nei dintorni

Pentedattilo si visita in mezza giornata, quindi conviene appoggiarlo a qualcos’altro. La combinazione più naturale è con Reggio Calabria, mezz’ora di strada verso nord: il lungomare, il Museo Archeologico Nazionale con i Bronzi di Riace e il centro si fanno comodamente nella stessa giornata. Verso est, invece, si entra nell’area grecanica vera e propria, dove Bova sta in cima a un cocuzzolo a 820 metri e la lingua greca di Calabria è ancora una cosa viva.

Se risali dalla costa verso l’interno arrivi in Aspromonte, con i faggeti e i sentieri sopra i mille metri. E se dallo Ionio vuoi passare al Tirreno bastano una quarantina di minuti: Scilla e la Costa Viola stanno dall’altra parte della punta, con un mare completamente diverso e le case di Chianalea che finiscono nell’acqua.

Dove dormire: case vacanza sulla costa reggina

Pentedattilo è una visita di poche ore, non un posto dove fermarsi a dormire. La base giusta è la costa: da una casa sulla Costa Viola o nella zona di Reggio arrivi qui in meno di un’ora, e nella stessa vacanza tieni insieme il mare, i borghi dell’interno e i musei della città.

Una casa vacanza ti lascia i tempi tuoi: rientri tardi dopo il tramonto sulla rupe senza orari di cucina, ti prepari la colazione quando vuoi e lavi il costume sul balcone. I bilocali e gli appartamenti con due camere funzionano bene per famiglie e per due coppie che viaggiano insieme, con la cucina attrezzata e lo spazio per le valigie che una camera d’albergo non ha. Guarda le case disponibili nelle date che ti interessano e inviaci una richiesta diretta: ti rispondiamo noi, senza intermediari.

Domande frequenti su Pentedattilo

Pentedattilo è ancora un paese fantasma?
Non del tutto. Fu abbandonato nel 1971, ma dagli anni Ottanta il lavoro dei volontari e dell’associazione Pro Pentedattilo ha riportato nel borgo botteghe artigiane, un’enoteca e spazi culturali. Accanto alle case restaurate restano quelle diroccate, lasciate com’erano.

Quanto dista Pentedattilo da Reggio Calabria?
Una trentina di chilometri, poco più di quaranta minuti in auto: SS106 verso sud, uscita Annà, poi quattro chilometri verso l’interno.

Si paga un biglietto per entrare nel borgo?
No, l’ingresso è libero e si gira in autonomia. Le guide ambientali del posto accompagnano visite raccontate su prenotazione.

Quanto tempo serve per la visita?
Un’ora e mezza o due per i vicoli, le due chiese e i punti panoramici. Con l’anello attorno alla rupe fino a contrada Sant’Antonio si arriva a mezza giornata.

Che scarpe servono per salire?
Scarpe chiuse con suola scolpita. Il selciato è irregolare, i gradini in pietra sono consumati e alcuni tratti sono in salita: sandali lisci e infradito qui non funzionano.

Si può visitare Pentedattilo con i bambini?
Sì, il percorso è breve e si fa senza difficoltà tecniche, ma è tutto in salita e su fondo sconnesso: il passeggino non passa, meglio il marsupio o lo zaino porta-bimbo.

Perché la rupe si chiama così?
Pentedattilo viene dal greco pénte dáktylos, cinque dita: tanti sono i pinnacoli di arenaria in cui si divide il Monte Calvario alle spalle del borgo.